S. Luigi Gonzaga (1568-1591)

Il santo del mese - 21 giugno


Molti si sono fatti di questo santo un’immagine falsa, stereotipata, come di un giovane in cui ogni fremito di vita e d’umanità è mortificato e spento.
È necessario cercare di scoprire l’autentica, genuina fisionomia di Luigi Gonzaga, liberandola dalle deformazioni che ha subito lungo i secoli: troveremo allora una personalità luminosa e ricca di fascino, non un «santo da stratosfera», del tutto lontano ed estraneo.
La Chiesa lo ha proclamato modello e protettore della gioventù: e tale – cioè modello valido ed affascinante – egli è anche «per i giovani di oggi così pericolosamente insidiati dall’edonismo e dal materialismo della società moderna ma anche così aperti e disponibili ai grandi ideali e sensibili agli eroici esempi di fortezza, di coerenza di vita e di generosa dedizione verso i propri fratelli» (Lettera in occasione del IV centenario di S. Luigi Gonzaga).
Luigi Gonzaga vive nel ’500, in mezzo ad una società gaudente e corrotta, dominata dall’ambizione e dalla ricerca degli onori. È principe, erede di un marchesato fra i più importanti d’Italia, frequenta le corti più ricche e potenti, cresce fra imprese d’armi, onori, sfarzo.
È un ragazzo di acuta intelligenza e dimostra una serietà ed una maturità di pensiero e di giudizio superiori alla sua età. Si intravede già una personalità forte e vigorosa, una volontà ferma e risoluta.
Dalla madre, donna molto pia, impara presto la grande «arte di pregare» e la bontà verso i poveri; il padre da parte sua guarda con orgoglio a questo primogenito così ricco di doni di natura e si adopera per fare di lui il degno erede del principato e delle virtù militari dei Gonzaga. Molto presto il ragazzo rivela diverse aspirazioni rispetto alle aspettative paterne. Qualcosa è avvenuto dentro di lui, qualcosa che determinerà l’indirizzo di tutta la sua vita futura. È quella che egli stesso più tardi chiamerà la «conversione dal mondo a Dio», l’orientamento totale, cioè, della sua anima verso Dio e l’amore di Dio.
Questa esperienza spirituale intima, così determinante, si matura sempre più negli anni immediatamente successivi, via via che si sviluppa e si approfondisce la sua vita interiore. A Firenze, dove il padre lo conduce e dove frequenta in qualità di paggio la ricca e brillante corte del granduca Francesco dei Medici, fiorisce particolarmente la tenera devozione di Luigi Gonzaga verso la Madonna: davanti all’altare di Maria, mentre è immerso in preghiera, egli si sente ispirato a consacrare tutto se stesso a Lei con il voto di verginità e così, semplicemente, in uno slancio pieno di abbandono filiale e di amore, compie la sua offerta. Più tardi dalle mani del cardinale Borromeo riceve Gesù Eucaristia e da quel momento la sua vita spirituale acquista nuove dimensioni di profondità. La sua preghiera si trasforma, diventa contemplazione. Dio lo attrae, lo inonda di luce, lo radica sempre più fortemente nel suo amore. E Luigi risponde con una disponibilità assoluta. Passa le notti in preghiera e, per riparare i peccati del mondo e compensare Gesù delle offese che riceve, ricorre alle penitenze più aspre. Cresce di giorno in giorno in lui il bisogno di una donazione completa, di un sacrificio totale di sé.
L’esperienza dell’amore di Dio, l’intimità con Lui, hanno capovolto tutte le sue prospettive, l’intera sua visione delle cose. Onori, ricchezze, potenza, tutti i beni del mondo gli appaiono nella loro vera luce, perché egli li considera in rapporto a Dio. E tutto ciò che non è Dio, che non è eterno, è nulla.
La follia della croce ha infranto ormai le speranze umane di Ferrante Gonzaga. Per assimilarsi e consumarsi nell’amore, Luigi compie azioni incomprensibili alla mentalità comune.
Egli non accetta neppure in parte lo spirito del mondo, non scende a patti, non concede nulla; si distacca sempre più e rifiuta apertamente la mentalità del mondo. La sua è una rinuncia totale dettata dall’esigenza irresistibile di spogliarsi per amore di Cristo e di donarsi completamente.
Tra gli Ordini religiosi sceglie la Compagnia di Gesù proprio perché, per un particolare voto che essa chiede ai suoi membri, lo metteva al riparo da cariche e onori ecclesiastici che, dati i costumi del tempo, in un altro Ordine non avrebbe potuto evitare.
La sua vocazione viene violentemente e a lungo contrastata dal padre, il quale tenta ogni via per distoglierlo dalla decisione presa. Il mondo intanto gli si offre in tutte le sue seduzioni: egli trascorre due anni come paggio d’onore del principe ereditario nella corte più sfar zosa e potente del mondo, quella di Spagna.
Ma ciò che per gli altri è perdita per lui è guadagno. Non desidera che la povertà, il distacco definitivo dal mondo, la donazione al servizio di Dio e delle anime. Perciò fugge gli onori e va contro corrente, suscitando meraviglia e a volte anche ironia. La sua è una protesta contro la vanità, la fatuità, la corruzione della società in cui vive, ma è una protesta che parte dall’amore e si traduce in esempio silenzioso ed eloquente.
Luigi Gonzaga vuol fare della sua vita un servizio di amore, uno strumento che continui l’opera redentrice di Cristo, partecipando alla Sua croce. Per questo, dopo aver rinunciato al principato in favore del fratello Rodolfo, entra nella Compagnia di Gesù. Alla scuola di S. Ignazio, attraverso la continua abnegazione della propria volontà, giunge ad una ininterrotta unione con Dio che trova espressione esterna in una carità vigile e sensibile ad ogni bisogno del prossimo. I grandi ideali delle Missioni e del martirio attraggono la sua anima generosa. Non andrà in missione né ci sarà per lui il martirio cruento, ma il Signore non lascerà ugualmente inappagato il suo desiderio.
Quando, nel 1591, a Roma si diffonde la peste, egli chiede ai superiori di poter curare e servire gli appestati: la morte lo coglie così, nell’esercizio di una carità dimentica di sé, nell’attuazione di quel servizio d’amore che per lui era il senso più vero della vita.

A. M. B.


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