Miserere


Il 28 febbraio scorso a Cisterna, in provincia di Latina, si è consumata una tragedia orribile che ha avuto inevitabilmente una grande eco mediatica: un carabiniere, come tutti ricorderanno, ha ucciso le sue figlie, due bambine, ridotto in fin di vita la moglie, e infine si è suicidato.

Come naturale, una tragedia spaventosa come questa ha conquistato senza fatica le prime pagine dei giornali: vorrei sottolineare con forza che questo non è necessariamente un male, che è inevitabile e per alcuni aspetti anche salutare che ciò avvenga.
Indubbiamente, però, il tessuto sociale più direttamente interessato alla vicenda, i parenti e gli amici della famiglia e via via i vicini di casa, la stessa cittadina di modeste dimensioni, vengono ad essere per così dire “ingranati” in un meccanismo che, per quanto sobriamente possa essere condotto, finisce ugualmente a produrre una sorta di macabro effetto di spettacolarizzazione: con il rischio di fare una specie di circo di una tragedia umana incommensurabile, ma anche alla fine quello di banalizzarla, o peggio ancora di farne uno strumento di polemica sociale o politica in modo evidentemente improprio.

Non vogliamo ora approfondire nemmeno questi aspetti, del resto non nuovi. Altre volte delitti orribili si sono trasformati in interminabili show televisivi, con plastici delle case in cui erano avvenuti, e con le file di sedicenti esperti ansiosi di dire la loro (1): e stavolta, anzi, questo circo un po’ spregevole, se è lecito dirlo, non si è sostanzialmente prodotto.

Con tutto ciò, ben comprensibilmente, i funerali delle due bambine sono stati seguiti da una notevole folla, almeno apparentemente in lutto, e sono stati seguiti dai mezzi di comunicazione: i quali hanno immediatamente registrato e doverosamente amplificato un episodio che si sarebbe svolto durante la Santa Messa: il celebrante avrebbe invitato i presenti a pregare anche per il padre, per l’assassino insomma. E a questo punto un forte mormorio di protesta si sarebbe levato dai fedeli, costringendo il sacerdote a dichiarare che la famiglia delle due povere creature aveva “già perdonato”. Sarebbe finita qui, se la stampa non avesse voluto ancora approfondire, anche andando a intervistare lo stesso Parroco – che ben conosceva le bambine che frequentavano la sua Chiesa, ed appariva comprensibilmente piuttosto recalcitrante a dichiarazioni sui giornali.

Ci è tornato su anche il Corriere della Sera, con un pezzo significativamente intitolato “Don Perdono”. Il sugo dell’articolo è che è impossibile perdonare in tempo così breve, e che dunque anche questo perdono della famiglia sarebbe “un’emozione da consumare come tutte le altre. Il più in fretta possibile”. Insomma una specie di obbligatorio buonismo che nulla ha a che vedere con la realtà dell’animo umano.

Ora, noi comprendiamo perfettamente che molte persone ragionevoli siano seccate di vedere che troppo spesso, in occasione di tragedie orribili come questa, si crei una specie di festival del perdono. Sembra che si tratti di un indispensabile elemento dello “spettacolo” mediatico che, come si diceva, inevitabilmente si produce (2).

Eppure, senza polemica: questa ragionevole e condivisibile antipatia per la “spettacolarizzazione” può ingenerare anche degli equivoci, e si può correre il rischio, come si dice, di “buttare via il bambino insieme all’acqua sporca”.

Ragioniamo pacatamente. Nel caso di Cisterna, in verità, non c’era nessuno da perdonare: l’assassino infatti si è suicidato e noi, esseri umani, non possiamo perdonare un morto. In ogni caso, il nostro eventuale “perdono” verso una persona morta non ha, evidentemente, nessun effetto sul procedimento penale, come invece accade che abbia quando l’assassino è vivo ed è sotto processo.
Per noi questo padre e marito impazzito è ora davanti ad un “tribunale” che non conosce né ricorsi in cassazione né attenuanti della pena. Conosce però, meglio di tutti noi, due cose di grande importanza. Conosce il perdono, e conosce “ciò che è dentro l’uomo”.

Rivolgersi allora a questo tribunale, a questo particolare “giudice” non è un collocarsi strategicamente nel bailamme mediatico per una sorta di vanità del dolore. Rivolgersi al Padre che tutto può – anche perdonare un assassino – è, prima di tutto, pregare. Pregare, pregare, pregare. Da notare che l’invito a pregare per l’assassino non è stato dato con comunicati stampa di dubbio gusto: è stato pronunciato nel corso della divina liturgia durante la quale ripetutamente si invoca il suo perdono per tutti noi.

Ecco, forse può sfuggire, ma c’è una bella differenza fra il fare propria la preghiera di Gesù sulla croce, “perdonali, perché non sanno quello che fanno” e il consumismo delle emozioni di cui parla il Corriere della Sera. Per cui, sempre senza polemica, pensiamo che l’invito del celebrante, in quella sede e in quel momento, non meriti alcuna censura. Non dobbiamo noi sforzarci di imitare Nostro Signore Gesù Cristo? Ecco, in questa prospettiva, poi, il titolo di “don Perdono” può essere, anzi è, un titolo di onore.

Alberto Hermanin

1 Celebre è rimasto, per questa curiosità un po’ ignobile, il caso dell’omicidio di un altro bambino consumatosi a Cogne nel 2002 di cui fu riconosciuta colpevole la madre
2 Dall’album dei ricordi di chi scrive: Il 1 febbraio 1980 fu trucidato dalla Brigate Rosse il Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet. Il figlio, ai funerali, pronunciò commoventi parole di perdono degli assassini e tale esternazione fu salutata con rispetto e simpatia da tutta la stampa e l’opinione pubblica. Pochi giorni dopo, il 12 marzo 1980 veniva assassinato a Roma dalla cosiddetta “Volante Rossa” il missino Angelo Mancia. Ai suoi funerali, la madre, che se non ricordiamo male apparteneva ad un ceto socialmente e culturalmente lontano anni luce dalla buona borghesia dei Bachelet, e insomma sia detto senza disprezzo era una popolana, si lasciò andare a maledizioni nei confronti degli assassini: e non mancò chi piuttosto impietosamente rilevò a suo sfavore che non aveva la grandezza d’animo del giovane Bachelet, con relativa strumentalizzazione politica del dolore di una povera donna cui hanno ammazzato un figlio.


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