Nel deserto, semi di speranza

APPROFONDIMENTI

Qualche osservazione lessicale. A prima vista, tra deserto e speranza non sembra che ci possa essere alcuna relazione; il vocabolo deserto, infatti, deriva dal latino deserere che significa “abbandonare, lasciare”. Gli elementi che ci fornisce la Sacra Scrittura, tuttavia, ci portano a correggere una visuale troppo pessimistica del deserto: quello che secondo le valutazioni umane è una situazione disperata, con l’intervento di Dio può diventare straordinariamente fertile, o per dirla con Isaia: “Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d’acqua. I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli diventeranno canneti e giuncaie” (Is 35, 6-7). Intanto si deve precisare che il vocabolo ebraico midbar, spesso tradotto sbrigativamente con deserto, non corrisponde alla landa desolata di sassi e sabbia come noi immaginiamo il deserto. Infatti, secondo le più recenti ricerche filologiche, il termine ebraico sarebbe connesso con l’idea di “pascolo, steppa”. Tale interpretazione è confermata da un dato reale: la maggior parte del deserto palestinese, dopo le piogge, si ricopre di erba dove trovano abbondante pascolo le greggi e spesso può anche essere seminato a grano. Per questo motivo i vocabolari della lingua ebraica traducono midbar, in primo luogo con “pascolo, steppa” e solo al terzo posto pongono “luogo selvaggio, e deserto”. Il greco invece lo ha reso con eremos “solitudine”, da cui è derivato il termine “eremita” che indica un personaggio amante della solitudine e solo marginalmente può richiamare il deserto.

Perché un viaggio nel deserto. Fatta questa premessa lessicale, si tratta di vedere quali elementi sul tema ci fornisce il testo biblico. Il vocabolo ebraico midbar ricorre 271 volte sparse nei vari libri della Bibbia. Per l’aspetto che a noi interessa, ci limiteremo specialmente alle attestazioni contenute in Esodo e Numeri in cui si descrive il viaggio di Israele dall’Egitto verso la terra promessa. Si tratta di un itinerario complicato (Nm 33) che ha posto non pochi problemi agli storici che hanno voluto verificare l’attendibilità del racconto biblico. A noi interessa l’insegnamento spirituale che da quelle pagine si può ricavare. Il testo sacro attribuisce direttamente al Signore la decisione di condurre il suo popolo verso la libertà attraverso la via più lunga e difficile del deserto (Es 13, 17-18). La strada più semplice per andare dall’Egitto verso la Palestina era la famosa Via del Mare che, costeggiando il Mediterraneo, arrivava fino a Meghiddo. Probabilmente era quello l’itinerario che si prospettò a Mosè quado il Signore gli apparve per la prima volta: “Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele” (Es 3, 7-8). Perché Dio abbia scelto l’itinerario del deserto è spiegato alla fine del viaggio, dopo che Israele ha vagato in esso per quarant’anni: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”, (Dt 8, 2-3). Insomma, nei piani del Signore, la severa scuola del deserto dovrà insegnare ad Israele che la vera libertà non si raggiunge solo con l’affrancamento dalla schiavitù, ma accettando di vivere secondo norme che garantiscano l’indipendenza dell’individuo all’interno di una società. La rivendicazione dei propri diritti non può ledere quelli degli altri. La vita nel deserto, insomma, è una palestra in cui il popolo eletto dovrà vivere in modo corretto la sua libertà. Proprio per questo il Signore all’inizio del viaggio fornisce il Decalogo (Es 20, 1-17) che si deve considerare non tanto una raccolta di arbitrarie imposizioni divine, ma una sintesi dei diritti e dei doveri che regolano ogni convivenza umana: una specie di libretto contenente le “istruzioni per l’uso” della libertà. Un compendio di norme che a distanza di secoli ha conservato la sua perenne validità, tanto che nella stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, promulgata il 10 dicembre del 1948 e che i membri delle Nazioni Unite approvarono all’unanimità, gli autori si sono ispirati ai dieci comandamenti. Un riconoscimento della straordinaria saggezza di quelle norme che già Mosè, nel Deuteronomio, aveva previsto: “Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore, mio Dio, mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nella terra in cui state per entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente” (Dt 4,5-6).

Il progetto di Dio per Israele. Ma il Signore vuole fare di questo popolo molto di più: non gli basta una società ordinata, che sia un modello di convivenza sociale, vuole farne il suo popolo; il progetto viene esposto a Mosè perché lo trasmetta al popolo:

“Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. (Es 19, 5-6).

Si è discusso tanto sul significato dell’espressione “regno di sacerdoti”: si tratta di una società governata da sacerdoti, o nella quale ciascuno è sacerdote? Anche se tutto lascia pensare che il testo ebraico faccia propendere per la prima opzione, alla luce del Nuovo Testamento (1Pt 2, 9) è possibile che ogni fedele svolga un’azione sacerdotale, in quanto chiamato a trasformare la vita quotidiana in un’offerta al Signore. Ogni giorno della vita è un dono che il fedele offre a Dio. In questo modo la comunità diventa “una nazione santa”, ossia partecipa di quella santità che Dio trasmette ai suoi fedeli (Lv 19, 2).

Questo programma riceve la sua consacrazione nel rito dell’alleanza descritto in Es 24: “Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!», (Es 24, 6-8).

La valenza teologica di questo brano è straordinaria non solo per l’AT ma anche per il NT; infatti, l’alleanza del Sinai diventa il modello su cui Gesù, nell’ultima cena, istituisce la Nuova alleanza (Mt 26, 27-28; Mc 14, 23; Lc 22, 20; 1Cor 11, 25). In questo rito, l’aspersione del sangue sull’altare e sul popolo assume un’importanza fondamentale. Mosè prende il sangue delle vittime e lo asperge sia sul popolo che sull’altare. Poiché l’altare rappresenta la divinità, il sangue unisce il popolo a Dio. Il sangue, infatti, ha una valenza simbolica riconosciuta universalmente: le persone che condividono lo stesso sangue sono “consanguinei” e quindi parenti. Proprio la parentela che unisce le persone provoca anche dei vincoli sociali che distinguono i parenti dagli altri. Dio diventa consanguineo del suo popolo! Questo spiega perché il popolo ebraico viene definito a più riprese “figlio” di Dio e questi è suo “padre”. In proposito il testo più interessante è Os 11, 1: “Quando Israele era un ragazzo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio”.

Ma è ancora un brano del Deuteronomio che rivela come il Signore abbia riservato a Israele i tesori della sua tenerezza paterna: “Egli lo (Israele) trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio. Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore, lui solo lo ha guidato, non c’era con lui alcun dio straniero. Lo fece salire sulle alture della terra e lo nutrì con i prodotti della campagna; gli fece succhiare miele dalla rupe e olio dalla roccia durissima, panna di mucca e latte di pecora insieme con grasso di agnelli, arieti di Basan e capri, fior di farina di frumento e sangue di uva, che bevevi spumeggiante” (Dt 32, 10-14).

Subito dopo aver stipulato l’alleanza, il Signore decide di abitare in mezzo al suo popolo: chiede, perciò, che gli costruiscano una tenda per vivere da nomade in mezzo ad un popolo di nomadi! La sua presenza si materializza in forma di nube che indica il percorso che il popolo deve seguire: “Tutte le volte che la nube si alzava sopra la tenda, subito gli Israeliti si mettevano in cammino, e nel luogo dove la nube si posava, là gli Israeliti si accampavano. Sull’ordine del Signore gli Israeliti si mettevano in cammino e sull’ordine del Signore si accampavano. Tutti i giorni in cui la nube restava sulla Dimora essi rimanevano accampati” (Nm 9, 17-18).

E così Dio compie il viaggio insieme al suo popolo per assisterlo in tutti i bisogni della vita quotidiana: Israele deve solo fidarsi di Lui!

La risposta di Israele. Ed è su questo punto che il popolo eletto fallisce. Israele a parole si dichiara pronto a seguire quanto Dio gli ordina (Es19, 8; 24, 7), ma nella vita quotidiana mal sopporta i disagi che la vita nel deserto comporta (Es 16-17; Nm 11-12) e ne addossa la responsabilità a Mosè. Insomma, il popolo non coglie la scelta fatta dal Signore, anzi gli pesa e, come dirà più tardi a Samuele, preferisce essere “come tutti gli altri popoli” (1Sam 8, 20). Un atteggiamento che gli meriterà da parte di Dio l’appellativo di “popolo dalla dura cervice”, (Es 32, 9). Si costruirà un vitello d’oro al quale attribuire la liberazione dalla schiavitù (Es 32, 4). Arriverà persino a voler lapidare l’artefice principale della sua liberazione, Mosè, per poter ritornare in Egitto: soltanto un intervento divino impedirà che la rivolta abbia successo (Nm 14, 4-10).

Il Signore, per l’intercessione di Mosè, perdonò, ma ritenne che il suo popolo non fosse maturo per entrare nella terra promessa: “Il Signore disse: «Io perdono come tu hai chiesto; ma… tutti gli uomini che hanno visto la mia gloria e i segni compiuti da me in Egitto e nel deserto e tuttavia mi hanno messo alla prova già dieci volte e non hanno dato ascolto alla mia voce certo non vedranno la terra che ho giurato di dare ai loro padri” (Nm 14, 20-23). Il fallimento di quella generazione di Israeliti non farà desistere Dio dal suo proposito di costruirsi un suo popolo: scomparsi quelli che non avevano risposto alla proposta del Signore, sorgerà un’altra generazione che entrerà nella terra promessa (Dt 1, 39), ma sempre con un pericolo incombente: quello di ritornare in Egitto se non saranno capaci di osservare l’alleanza che Dio aveva stabilito una volta e che sistematicamente Israele ha violato (Os 8, 13; 11,5). Al Signore resterà sempre il sogno di ritrovare il suo popolo che nei momenti di piena fiducia nel suo Dio ne ricambiava l’amore totale. Osea ci ha lasciato una delle pagine più suggestive dell’esperienza positiva vissuta da Israele nel deserto: “Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”. (Os 2, 16-17. 21-22; cfr anche Gr 2, 2-3). Il Signore realizzerà questo sogno soltanto con la stipula della Nuova Alleanza annunciata da Geremia (31, 31-34) e realizzata da Gesù (Mt 26, 27-28; Mc 14, 23; Lc 22, 20; 1Cor 11, 25); essa avrà una validità perenne.

Conclusione

Il viaggio nel deserto è un paradigma valido per ogni esperienza spirituale: chi lo intraprende non deve mai dimenticare che è il Signore a fissarne il percorso e le tappe. L’errore che fece Israele, quello di non fidarsi della sua guida, è di una straordinaria attualità!

I commenti sono chiusi.