Ne costituì Dodici che stessero con lui – Marco 3, 14

Fraternità sacerdotale

“Stare” con Cristo è dimensione vitale per ogni cristiano. Ancor più per i sacerdoti, scelti e costituiti per questo. Dopo una notte trascorsa nella preghiera Cristo sceglie i suoi uno per uno e li chiama Apostoli. “Stare” lo considereremo in questo anno, a cominciare da questo incontro, come un grande invito alla comunione intima, personale, con Cristo. La preghiera, soprattutto la celebrazione dei sacramenti e in special modo dell’Eucaristia, è il luogo in cui si realizza misteriosamente ma realmente l’identificazione con Gesù sacerdote.

Ci lasceremo guidare dalla Parola, dal Magistero, dal Vescovo Giaquinta, in un cammino personale e comunitario di preghiera, verso la conquista del dono già ricevuto: la santità.


“In particolare la vita di preghiera dev’essere continuamente «riformata» nel sacerdote. L’esperienza, infatti, insegna che nell’orazione non si vive di rendita: ogni giorno occorre, non solo riconquistare la fedeltà esteriore ai momenti di preghiera, soprattutto a quelli destinati alla celebrazione della «Liturgia delle Ore» e a quelli lasciati alla scelta personale e non sostenuti da scadenze e orari del servizio liturgico, ma anche e specialmente rieducare la continua ricerca di un vero incontro personale con Gesù, di un fiducioso colloquio con il Padre, di una profonda esperienza dello Spirito.

Quanto l’apostolo Paolo dice di tutti i credenti, che devono giungere «a formare l’uomo maturo, al livello di statura che attua la pienezza del Cristo», può essere applicato in modo specifico ai sacerdoti chiamati alla perfezione della carità e quindi alla santità, anche perché il loro stesso ministero pastorale li vuole modelli viventi per tutti i fedeli.”                            Pastores dabo vobis, 72

 

“Tu solo, Sacerdote, portatore del messaggio di Cristo, puoi donare al mondo la vera pace e la vera gioia e la vera serenità. Perché tu solo ne possiedi la fonte più vera e ne sei anzi la fonte unica. È solo attraverso te che Cristo torna ad incarnarsi nei nostri cuori…Ma tu prega per noi. Tu che devi conoscere il peccato solo per assolverlo, il fango soltanto per purificarlo, la natura – anche in te stesso – unicamente per dominarla e trasformarla. Tu sei ciò che di più alto l’umana fantasia possa creare o immaginare. Simile a noi e da noi dissimile; nostro fratello ed espressione del divino; da Dio e dagli uomini sei scelto mediatore fra la terra e il cielo. Eleva lo sguardo verso l’alto e prega per noi e poi torna ancora verso di noi e facci sentire il mistero della divina paternità nella ricchezza del tuo cuore di padre. Giacché la tua apparente solitudine è la sorgente di una ricchezza inesauribile. Non sei solo, tu che il popolo tutto denomina “Padre” e sente che da te attinge qualcosa di vitale, perché solo tu doni la grazia e la vita dell’anima.”

G. Giaquinta, Preti nuovi per uomini nuovi, 78-79

 

“Una cosa però è certa: Cristo era talmente preso dal contatto con il divino che, nonostante la costante unione con la Trinità e la preghiera ininterrotta al Padre, aveva esigenza di tempi in cui poter liberamente pregare.

L’atteggiamento di Cristo insegna a noi quale deve essere la nostra preghiera: adorazione, impetrazione, riparazione, offerta, amore. Ma, non dimentichiamolo, pur costantemente unito al Padre, Egli mostra di aver bisogno di tempi di preghiera e passa le sue notti in orazione: erat pernoctans in oratione Dei (Lc 6, 12) (è un imperfetto di «abitudine») nell’estasi dell’amore e della adorazione.

La preghiera nell’Orto è, per esempio, uno di quei momenti di colloquio notturno con il Padre ed è accompagnato da un sentimento particolare, cioè dalla assunzione di tutta la sofferenza dell’umanità che Egli offre al Padre: La mia anima è triste fino alla morte (Mc 14, 34); (Gesù) cominciò a sentire paura e angoscia (Mc 14, 33); In preda all’angoscia, pregava più intensamente (Lc 22, 43).

È una agonia, uno spasimo interiore, ed Egli prega per lo spazio di circa tre ore ripetendo costantemente le stesse parole: Padre se è possibile passi da me questo calice però non la mia ma la tua volontà sia fatta (Lc 22, 42).

Dalla immagine di quella notte, sia pur spogliata da quell’alone di particolare tragicità, possiamo intuire l’andamento delle altre notti nelle quali Gesù si allontanava dai suoi ed andava sulla montagna, nella solitudine, per effondere completamente il suo animo nella preghiera.

La preghiera di Cristo però non è solo quella notturna; essa abbraccia anche quella di ogni buon israelita. Sappiamo che questi tre volte al giorno – al mattino, a mezzogiorno e alla sera – ripeteva la preghiera dello shemà che è la preghiera della santità, del massimalismo: ricorda Israele: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutto il tuo spirito, con tutte le tue forze (Dt 6, 1‑25). Quante volte Gesù, fin da piccolo, avrà ripetuto queste espressioni al Padre! E lo stesso avrà fatto con i salmi.

Nella preghiera sacerdotale, ed anche sulla croce, sia pure sotto forma di spunti iniziali, vi sono indicazioni salmodiche, il che dimostra che Cristo ha passato le tre ore sulla croce assaporando le parole dei salmi.

La preghiera centrale che noi conosciamo rimane, però, indubbiamente, quella del Cenacolo, perché la più lunga, la più personale, la più spontanea, fatta per noi, ricca di una teologia sacerdotale veramente unica.

L’aver Cristo pregato nel Cenacolo, non poteva non creare una mentalità di preghiera e quindi è nel Cenacolo che gli Apostoli, i discepoli, le pie donne con la Madonna tornano a pregare e a continuare l’azione di Cristo. Ci si può allora chiedere quale preghiera avranno usato gli Apostoli con la Madonna. Certamente avranno recitato e cantato i salmi, la grande preghiera del popolo di Israele e poi, sicuramente, quella che aveva loro insegnato il Maestro: quando voi pregherete pregate così: Padre nostro che sei nei cieli… (Mt 6, 9).

Gesù, soprattutto nel Cenacolo, ci insegna l’importanza della preghiera e ci mostra come farla. Gli Apostoli con Maria hanno seguito il suo esempio. Non è dovere di ogni sacerdote rivolgersi al Maestro e chiedergli di fargli cogliere il senso profondo della preghiera del Cenacolo?”                            G. Giaquinta, Il Cenacolo, 91-93

 

“I Salmi sono dati al credente proprio come testo di preghiera, che ha come unico fine quello di diventare la preghiera di chi li assume e con essi si rivolge a Dio. Poiché sono Parola di Dio, chi prega i Salmi parla a Dio con le parole stesse che Dio ci ha donato, si rivolge a Lui con le parole che Egli stesso ci dona. Così, pregando i Salmi si impara a pregare. Sono una scuola della preghiera.”                                                                                     Benedetto XVI, 22 giugno 2011

 

Per la riflessione

 

Sono pronto a “riformare” la mia vita di preghiera?

Cerco un vero incontro personale con Gesù al di là dei momenti preordinati (liturgia delle ore, celebrazione eucaristica)?

Sono fedele e attento nella preghiera della Liturgia delle Ore?

Ricerco – quando possibile – la preghiera comunitaria con altri sacerdoti?

Percepisco lo stretto legame tra la preghiera e la santità?

Come esprimo la mia vocazione ad essere “educatore” alla preghiera?

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