Uno+Uno: Miti e forti (G.E. 112-121)

Marzo 2019



Continuiamo a proporre testi di riflessione per sostenere la crescita personale e l’animazione di incontri comunitari.





Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti“. (Rm 12, 14-18)

Ma se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché
anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui
che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti
al pastore e custode delle vostre anime
. (1Pt 2, 20-25)

La storia dei grandi santi non è una storia di anime eccezionali, ma di anime che hanno com preso che solo perdendosi nella croce di Cristo, inabissandosi nella propria povertà, si riesce a trasformare il mondo. I santi sono stati i veri poveri della chiesa dei poveri. È bello pensare che se la storia della Chiesa, presenta lacune, miserie, deficienze, è appunto perché appaia con evidenza che la Chiesa trasforma, convince, converte non per una sua intrinseca potenza, ma per la sua intrinseca povertà che lascia spazio all’azione della croce.
(Andate in tutto il mondo, Guglielmo Giaquinta)

Oggi si è smarrito l’autentico senso della fortezza. Ci si crede forti solo quando si sia capaci di sfilare nei cortei, di fare scioperi, di urlare selvaggiamente, di alzare il pugno serrato, perfino di scaricare colpi sugli altri. Non è questa la fortezza cristiana: che anzi tutto ciò va relegato nel campo della violenza a cui bisogna opporre la non violenza. Essere forti significa opporre resistenza all’ingiustizia accettando uno svantaggio, sia questo la derisione pubblica o il silenzio. E proprio nelle più grandi prove di fortezza non c’è niente di trionfale. Se si parla di temerarietà, ardimento, rischio è un sicuro segno che in quella situazione non c’è vera fortezza. La figura simbolica della fortezza non è l’eroe o il vincitore, ma il martire: egli è martire soltanto dopo; nel momento della sua ultima prova è invece il soccombente, ridicolo e abbandonato e soprattutto messo a tacere. Per questo gli antichi dicevano che l’atto decisivo della fortezza non è l’attacco, ma il saper resistere in un mondo che per la sua propria struttura intrinseca non sa rispettare l’ordine da solo.
(Andate in tutto il mondo, Guglielmo Giaquinta)


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