IL TEMA

Alberto Hermanin - Capo Redattore di Aggancio

Mistica della fraternità – pienezza dell’uomo è un tema che può definirsi coraggioso in un contesto culturale come quello odierno in cui è particolarmente alto il rischio del fraintendimento; non casualmente, del resto, il magistero di Francesco viene regolarmente estrapolato dal contesto ecclesiale per arruolarlo proprio in quelle “forme di ‘spiritualità del benessere’ senza comunità, per una ‘teologia della prosperità” da cui ci mette in guardia la Evangelii Gaudium al n.90.

Dunque questo tema della GSU 2017 ci permettiamo di definirlo fragile e insieme potente nel suo andare al nocciolo del problema dell’umanesimo oggi. Questo numero della rivista è dedicato quasi interamente all’approfondimento del concetto enunciato, al suo legame con la spiritualità del Movimento Pro Sanctitate, ai suoi nessi con il Magistero attuale della Chiesa, e anche al “meno attuale”.

Qui sia lecito evidenziare di esso due aspetti che sembrano particolarmente significativi in relazione al richiamato problema dell’umanesimo attuale. Collegare la “Mistica” con la “Fraternità” infatti, se non è operazione intellettualmente nuova – dato che in realtà corrisponde alla esigenza più profonda, più propria del cristianesimo stesso – ha oggi la attualissima valenza di superare una sorta di dicotomia che la cultura moderna ha saputo imporre fra una spiritualità ritenuta per così dire eterea, e rispettabile solo in quanto, secondo le parole dell’Evangelii Gaudium, apportatrice di benessere psichico, e l’imperativo categorico di agire facendo del nostro prossimo sempre un fine e mai un mezzo. I due aspetti, artificiosamente separati da una capziosa volontà intellettuale ansiosa di separare, è il caso di dirlo con la metafora matrimoniale, ‘ciò che Dio ha unito’, sono poi rappresentati e vissuti come in permanente conflitto: dalla cui esistenza si evince in fondo la sostanziale inutilità di quella che il Servo di Dio Guglielmo Giaquinta chiama la “tremenda battaglia da combattere”. Donde, la conclusione di una sorta di sazietà disperata che si manifesta anche troppo chiaramente nelle società sviluppate dell’Occidente attuale.

Mistica della fraternità è quindi, se si vuole, in primo luogo, il nostro riaffermare quanto esprime il Cristo sulla Croce, quel “tutto è compiuto” che la spiritualità del Movimento Pro Sanctitate, sulle orme del suo fondatore, vede nel Cristo del sorriso, nel Cristo che sorride dall’alto del patibolo: tutto è compiuto, risolte sono le contraddizioni che abbiamo ricordato, e noi possiamo, se solo rispondiamo alla sua chiamata, al suo ‘Sitio’ essere completamente liberi: santi.

Come? Ci soccorre la seconda delle due parole: Mistica e Fraternità. Fraternità? Ma non è forse essa già ben contenuta nell’imperativo categorico che abbiamo ricordato? Rispuntano allora le contraddizioni che abbiamo dichiarato essere sciolte? Non proprio. Ci aiuta anche qui la testimonianza del Servo di Dio Guglielmo Giaquinta: “La carità non consiste solo negli aspetti esterni, non consiste nel darsi alle altre persone, nel sacrificarsi per loro, ma consiste in primo luogo nell’amore di Dio, nel vivere nella grazia di Dio, e conseguentemente in quelle opere di carità verso il prossimo, le quali in tanto hanno un valore, in quanto nascono dall’amore di Dio e dall’essere noi in grazia di Dio”.

Viene totalmente spontaneo, e anche logico – mai, mai dimenticarsi di usare la logica: di essa si deve fare costantemente uso senza svicolare per scorciatoie presunte mistiche che diventano misticismo, vale a dire il contrario della Mistica! – associare a queste parole di Giaquinta le fulminanti righe della E.G. al numero 92, ove si parla della “fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio”.

Evidenziamo ora quella “grandezza sacra del prossimo”, con particolare accento sull’aggettivo qualificativo ‘sacra’: grandezza in quanto sacra. Il prossimo insomma “sacer esto”, sia sacro. Questo è, si direbbe, quanto non riesce a cogliere lo spirito prevalente del mondo contemporaneo ingannato dal suo immanentismo; spirito del mondo che pure avverte il vuoto che la riduzione della sacralità ha inevitabilmente creato, e si agita tuttora, come nelle efficaci espressioni di San Paolo, come nelle doglie del parto.

Ed ecco allora il secondo aspetto del tema che vogliamo qui ricordare: se noi infatti saremo capaci di non offrire resistenza alla chiamata che sacralizza in modo definitivo la realtà umana, e dunque i fratelli – della nostra cura per loro ci verrà chiesto conto nell’ultimo giorno – noi non soltanto avremo incarnato, realizzato (da res, cosa: si parla di carne e sangue, di cose concretissime) l’imperativo categorico nobile quanto astratto. Ma avremo altresì trovato, e proprio dove meno ci aspettavamo di trovarla – dentro di noi – la pienezza della nostra umanità, la realizzazione dell’umanesimo, il senso che giustifica la nostra propria come l’altrui esistenza. Perché Dio abita il cuore dell’uomo; “et inquietum est cor nostrum donec venias[1].

Mistica della Fraternità, pienezza dell’uomo. Buon cammino con questo fragile e potente richiamo, al nostro Movimento Pro Sanctitate, alla Chiesa cui umilmente l’offriamo, a tutta l’umanità cui doniamo, ci sforzeremo di donare, questa modesta goccia d’acqua nell’arsura: e l’oceano, si sa, è fatto di gocce.

[1] Il nostro cuore è inquieto fino a quando tu non verrai: Sant’Agostino, Confessioni

I commenti sono chiusi.