Una vita da risorti

Editoriale

“Mia gioia, Cristo è risorto”, era solito dire San Serafino di Sarov alle persone che incontrava. Era un uomo che nella sofferenza, nella solitudine, nel deserto, aveva sperimentato la gioia della fede in Cristo, vincitore della morte e di ogni sofferenza.

Sappiamo, anche noi, vivere da risorti? Per vivere una vita da risorti bisogna vivere in pienezza il presente, essere ‘qui’ e ‘ora’. A volte, invece, siamo persone in fuga da noi stessi, dalle nostre fatiche, dagli altri. La speranza cristiana, cioè la certezza dell’amore di Dio, ci dice che Dio abita i nostri spazi, è presente nelle nostre solitudini, vive le nostre delusioni insieme a noi. Non abbiamo bisogno, allora, di fuggire ma di scoprire la presenza di Dio accanto a noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre città e accorgerci di essere uomini e donne “di relazione”. Lo siamo anche quando non lo vogliamo: continuiamo ad essere figli anche se decidiamo di separarci dai genitori; siamo genitori anche se non vediamo più i nostri figli. Siamo figli di un unico Padre, anche quando siamo in fuga dal suo amore. Figli, quindi fratelli, chiamati a vivere per gli altri, a passare dall’indifferenza al dialogo per recuperare, nelle solitudini degli spazi urbani, le relazioni, cioè la nostra identità, la nostra vera natura.

Non possiamo, allora, essere indifferenti ai macro-fenomeni che ci circondano o al microcosmo nel quale viviamo quotidianamente, perché «Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo» – ha detto Papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2015 – «Nell’incarnazione, nella vita terrena, nella morte e Risurrezione del Figlio di Dio, si apre definitivamente la porta tra Dio e uomo, tra cielo e terra. E la Chiesa è come la mano che tiene aperta questa porta mediante la proclamazione della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la testimonianza della fede che si rende efficace nella carità».

Ci piace pensare che i santi, i testimoni di santità hanno tenuto aperta quella porta e ancora, in cielo, ci aspettano tenendoci aperta una porta.

In queste pagine leggeremo la storia di Chiara Corbella, testimone dei nostri tempi, che con la sua vita ci parla di un Dio buono, che ama i suoi figli e ci invita ad affidarci a Lui. Attraverso la testimonianza di San Giuseppe Cottolengo, vissuto al servizio degli ultimi, saremo invitati ad uscire dall’indifferenza e a domandarci, come lui: «Come posso portare il Vangelo dove gridano troppo forte la miseria e l’ingiustizia?».

L’incontro con il Signore Gesù, che i sussidi di preghiera ci propongono, ci spinge a camminare con fiducia anche se ci troviamo nel deserto, a sperare anche se siamo nella disperazione, ad avere occhi nuovi per vedere il deserto che fiorisce davanti a noi, perché è la forza della preghiera che ci fa rinascere. «Quando Dio ci fa visita ci lascia inquieti, – ha detto Papa Francesco nell’Omelia in occasione della Festa della Madonna di Guadalupe – con la sana inquietudine di coloro che si sentono invitati ad annunciare che Egli vive ed è in mezzo al suo popolo».

È la “sana inquietudine” di uomini e donne che, insieme, vogliono camminare verso la santità, di famiglie che “lottano” per restare unite nella società “liquida” dei nostri giorni, che si scoprono capaci di un amore che può “comprendere, scusare e servire gli altri di cuore”. (Amoris Laetitia 98)

“La santità non solo personale, ma anche collettiva e sociale è una meta alla cui realizzazione tutti siamo chiamati a contribuire”, diceva sempre il Servo di Dio Guglielmo Giaquinta. La santità si costruisce nelle relazioni, nelle quali si può scoprire che il vero amore ci lascia liberi, ci fa vivere da risorti anche nella prigionia, che la libertà non è fare sempre ciò che ci piace ma è avere un cuore libero anche nelle situazioni di cui non abbiamo il controllo, è scoprire che “la libertà non è qualcosa che l’altro mi toglie, ma qualcosa che mi regala” (C. Giaccardi), perché mi regala la possibilità di essere responsabile. Vivere con gli altri e per gli altri. È questa la speranza che possiamo coltivare durante il cammino quaresimale verso la Pasqua: il deserto è il luogo in cui scegliamo se passare dalla morte alla vita, dall’odio all’amore, dall’indifferenza al dialogo, dalla schiavitù alla vera libertà. È il luogo in cui sperimentiamo la presenza di Dio accanto a noi.

«Sperare allora per il cristiano significa la certezza di essere in cammino con Cristo verso il Padre che ci attende. La speranza mai è ferma, la speranza sempre è in cammino e ci fa camminare» (Papa Francesco, Udienza generale, 21 dicembre 2016).

È questa la nostra vita da risorti.

Vittoria Terenzi

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