Santo Curato d’Ars Un martire della confessione/misericordia

Il santo del mese - 4 agosto 2016

Nato l’8 maggio 1786, Giovanni Battista era il quarto figlio di un contadino-fattore del villaggio di Dardelly, a nord di Lione. La grande rivoluzione del 1789 chiuse ben presto le chiese, ammutolì le campane, proscrisse i sacerdoti e li mandò alla ghigliottina, quando li trovò. Ogni tanto in grande segretezza si celebrava la Messa in qualche granaio, in qualche grotta, e Giovanni poté accostarsi alla prima comunione all’età di 13 anni. Il giovinetto crebbe pio ma molto tardo; un ragazzo dei campi, gobbo, ossuto e dinoccolato. A 19 anni gli fu concesso di andare a vivere con un uomo ammirevole, l’abate Balley, che doveva prepararlo a divenire prete. Sembrava che nulla potesse penetrare in quella testa dura. Fu allora che egli cominciò a pregare e a digiunare, cose entrambe che ingentiliscono l’anima. Nel 1809 Vianney fu chiamato al servizio militare, rispose all’appello, si ammalò, fu mandato all’ospedale, non riuscì poi a raggiungere il reggimento, e sfinito si rese, tecnicamente, disertore. Un magistrato contrario al regime imperiale protesse il giovane, e lo tenne in casa sua per piccoli servizi. Infine i genitori lo affrancarono facendolo sostituire da un fratello minore. Entrò in seminario sperando di poter terminare gli studi e divenire sacerdote. Ebbe difficoltà ad imparare il latino e la teologia morale; fu bocciato agli esami e rimandato a casa sua. Finalmente Monsignor Balley riuscì a farlo passare; fu ordinato sacerdote il 13 agosto 1815 a Grenoble e considerato adatto solo per qualche povera cura di campagna. Per tre anni fu vicario di monsignor Balley e subito si manifestò la sua indole di santità. Tutti volevano udire le sue prediche e tutti volevano confessarsi da lui. A 32 anni fu nominato curato nel villaggio di Ars, un piccolo centro nella più arretrata provincia, ma che, disse egli con improvvisa ispirazione profetica, non sarebbe bastato a contenere tutti coloro che un giorno avrebbero voluto venirvi.

Saliva sul pulpito con la sua grande fronte sporgente, le guance incavate, gli occhi azzurri e dallo sguardo scintillante, un sorriso da bambino e due grosse mani ossute spesso giunte in preghiera, imparava con grande fatica le sue prediche: tuttavia “non ne recitava neppure una frase”, tutto ciò che egli diceva lo “diceva per davvero” e tutto era per “qualcosa” ed era rivolto a “qualcuno”; “mio Dio tu vedi quanto io ti amo, ma non ti amo abbastanza. Noi vedremo Dio – ci avete mai pensato? – noi lo vedremo, noi lo vedremo”.

Tutto ciò che egli diceva aveva per lui un significato vero, profondo e neppure una persona dubitava di ciò che egli diceva.

Avendo afferrato l’idea che essere prete significa sacrificare tutta intera la propria vita agli altri per amore di Cristo egli la mise in atto; dormiva su due assi, cuoceva abbastanza patate per una settimana e ne mangiava un paio a mezzogiorno e alla sera, qualche volta un uovo, qualche volta una focaccia di grano scuro; così visse fino a 73 anni, lavorando da mattina a sera.

In capo a 10 anni il villaggio e i suoi dintorni erano talmente cambiati che Vianney poteva dichiarare “Ars non è più Ars”.

Cominciò a essere noto, ricercato e invitato qua e là. Tutti rimanevano stupefatti. Quando egli diceva cose ormai ripetitive, ecco che divenivano folgoranti, fiammeggianti. Nel confessionale era evidente che egli, semplicemente “leggeva” le anime, non solo egli sapeva che cosa il penitente intendesse dire, ma sapeva anche (fin nei particolari) ciò che rimaneva sottaciuto.

L’incredibile accadde. Senza una parola di pubblicità, senza propaganda, senza ricerca di effetti clamorosi, il mondo conobbe don Vianney. Tutta la Francia mandò folle di penitenti ad Ars, venne gente anche dall’estero, d’oltremare. Si organizzarono servizi di corriere e treni speciali; ogni casa si trasformò in pensione, trattoria, albergo.

E questa è la cronaca della sua giornata: all’una si alzava, pregava da solo nella chiesa; poi confessava le donne fino alle sei, celebrava la Messa e rimaneva a disposizione di tutti fino alle 8; a quell’ora andava in una casa della provvidenza da lui organizzata e beveva un bicchiere di latte, alle 8,30 confessava gli uomini fino alle 11, ora in cui faceva lezione di catechismo ai bambini. A mezzogiorno mettendoci un quarto d’ora ad attraversare la piazzetta molto affollata, andava a mangiare (in piedi) una o due patate, assediato dai curiosi. A mezzogiorno e mezza andava a visitare i malati sempre attorniato dai visitatori. Poi fino alle cinque riprendeva a confessare le donne e quindi fino alle 8 gli uomini; interrompeva per le funzioni della sera durante le quali predicava; pregava, confessava ancora e finalmente andava a letto a mezzanotte. E su all’una, e così per trent’anni.

Naturalmente le innumerevoli critiche che gli venivano rivolte – anche da parte dei suoi confratelli del clero tradizionalista – erano feroci. E la cosa meravigliosa e più sconcertante è che, nella sua umiltà, dava perfettamente ragione a tutti i suoi detrattori. La cosa che quest’uomo, intorno al quale si pigiarono le folle a centinaia di migliaia fin quasi all’ora stessa della sua morte, la sola cosa che egli desiderava più di ogni altra, era la solitudine. La cosa che egli era certo di non saper fare era il direttore spirituale; a 59 anni ormai convinto che il lavoro che gli toccava fare era superiore alle sue forze, domandò che gli fosse dato un coadiutore; gli mandarono un signore assai presuntuoso e faccendiere che dopo otto anni di vera e propria seppur involontaria persecuzione di don Vianney dovette, sotto la pressione dell’opinione popolare, domandare il suo trasferimento. Tuttavia Vianney era così sicuro della propria incapacità che più di una volta cercò di scappare, ma gli toccò tornare. Lo fecero canonico. Il Marchese di Castellane ottenne che il ministero dell’Istruzione pubblica lo raccomandasse all’imperatore perché gli venisse conferita la legione d’onore. La decorazione gli fu concessa, ma il curato non se ne fregiò mai. Fattosi vecchio e letteralmente quasi trasparente, passava 16 ore al giorno al confessionale al quale si presentavano, in folle, scienziati, letterati, esponenti della politica e dell’alta finanza; dormiva ancora si e no un paio d’ore sulle 24 e soltanto il 18 luglio 1859 annunciò che sarebbe morto “alla fine di questo mese o al principio del prossimo”.

“Ho solo pochi giorni da vivere” disse “non ditelo a nessuno, correrebbero tutti a confessarsi e non ne avrei la forza. Non so proprio – aggiunse piangendo – se ho adempiuto bene al mio ministero”. Il 29 luglio ebbe del vino che qualcuno gli procurò “è la mia povera fine” disse. Visse ancora 4 giorni, ricevette gli ultimi sacramenti e si spense alle 2 del mattino senza affanno e agonia, il 4 agosto 1859.

Strano questo curato d’Ars: lo considerano poco dotato per gli studi, ma impressiona il Padre Lacordaire e i sapienti che vanno a trovarlo. Ricercato dai gendarmi perché renitente alla leva, ma decorato con la Legion d’Onore. Poco considerato dai suoi compagni di sacerdozio, ma venerato dalla folla di coloro che capiscono il valore della sua capacità di penetrazione.

Affascinante questo curato d’Ars: impossibile leggere i suoi catechismi senza essere conquistati dal suo genio poetico e mistico, semplice e diretto, di rara profondità: in essi è ridetto ai poveri e agli assetati di verità l’essenziale di san Giovanni e di san Paolo.

Meraviglioso questo curato d’Ars: lo incontriamo qui, non solo come l’eroe di austerità sorprendenti, ma innanzitutto come il confidente dell’essenziale, colui che consola, colui che ascolta il più vicino, colui che dà vita alle note musicali più segrete che abitano in tutti noi perché lui stesso era investito e posseduto da una tenerezza: quella di Dio per l’umanità. Per questo la Provvidenza ci ha lasciato il suo cuore, ben visibile in un reliquiario ad Ars; è ciò che mi ha colpito di più quando nel 2009 sono stato pellegrino ad Ars.

 

Dopo aver narrato la sua vita è decisamente meglio ascoltare lui, specialmente in

questo Giubileo della Misericordia.

SULLA MISERICORDIA

“Non è il peccatore che ritorna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore che lo fa tornare a Lui”.

“Nostro Signore è sulla terra come una madre che porta il suo bambino in braccio. Questo bambino è cattivo, dà calci a sua madre, la morde, la graffia, ma la madre non ci fa neanche caso; ella sa che se lo molla, cadrà, non potrà camminare da solo.

SULL’ESSENZIALE

“O Gesù, conoscerti è amarti! Se sapessimo quanto Nostro Signore ci ama, moriremmo di gioia! Non credo che ci siano cuori così duri da non amare, vedendosi tanto amati… L’unica felicità che abbiamo sulla terra, è di amare Dio e di sapere che Dio ci ama”.

SULLA PREGHIERA

“Non dovremmo perdere la presenza di Dio più di quanto non perdiamo la respirazione”.

“La preghiera è per la nostra anima ciò che la pioggia è per la terra. Concimate una terra quanto volete; se manca la pioggia, tutto quello che farete non servirà a nulla”.

“Non c’è bisogno di parlare tanto per pregare bene. Si sa che il buon Dio è lì, nel santo Tabernacolo; gli si apre il cuore, ci si compiace della sua santa presenza. Questa è la migliore preghiera”.

“Bisogna pregare molto semplicemente e dire: Mio Dio ecco un’anima ben povera che non ha niente, che non può nulla, fammi la grazia di amarti, di servirti e di conoscere che non sono nulla”.

SU MARIA

“La Santissima Vergine si tiene tra il Figlio suo e noi. Quanto più siamo peccatori, tanto più essa nutre affetto e compassione per noi. Il bambino che è costato più lacrime a sua madre è il più caro al suo cuore. Non corre sempre una madre verso il figlio più debole e più esposto?”.

ATTO D’AMORE DEL SANTO CURATO D’ARS

Io ti amo, o mio Dio; mio solo desiderio è di amarti fino all’ultimo respiro della mia vita.

Io ti amo, o Dio infinitamente amabile, e preferisco morire amandoti che vivere un solo istante senza amarti.

Io ti amo, o mio Dio, e temo l’inferno solamente perché non ci sarà mai dolce consolazione di amarti.

O mio Dio, se la mia lingua non può dire a ogni istante che ti amo, voglio almeno che il mio cuore te lo ripeta a ogni respiro. Ah! Fammi la grazia di soffrire amandoti, di amarti soffrendo e di spirare un giorno amandoti e sentendo che ti amo. Più mi avvicino alla mia fine più ti scongiuro di accrescere il mio amore e di renderlo più perfetto. Amen.

don Tonino Panfili

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