Fonti bibliche

APPROFONDIMENTI

Presentazione

Una delle caratteristiche fondamentali del cristianesimo è che il nostro Dio è un Dio che parla, che entra nella storia degli uomini e dentro di essa si fa vedere, sentire, conoscere. Il tema scelto per la Giornata della Santificazione Universale Storia degli uomini storia di Dio ci aiuta a mettere in evidenza proprio questo aspetto della storia della salvezza: Dio si rivela nella storia degli uomini, parla loro attraverso gli eventi, piccoli e grandi, nascosti o universalmente noti. Cosa vuole Dio dagli uomini? Cosa cerca in loro? La risposta appartiene al Suo mistero, ma ci è possibile intuirne almeno qualche piccolo spiraglio: Dio cerca l’uomo per svelargli la sua vocazione ad essere Suo interlocutore privilegiato, l’unica creatura capace di comprendere e rispondere alla divina chiamata alla vita, all’amore.

 

Nella scheda che proponiamo, riprendiamo alcuni passaggi particolarmente significativi nel panorama biblico, perché fanno riferimento a personaggi paradigmatici nella storia della salvezza: Abramo, Mosè, per arrivare a Gesù, apice della storia e della rivelazione di Dio. I testi biblici sono corredati da alcuni brani tratti dagli Scritti del Servo di Dio Guglielmo Giaquinta, il quale, sempre attento a ricercare le fonti bibliche della vita spirituale e della vocazione alla santità, nelle pagine che proponiamo sceglie la chiave di lettura de “Il colloquio di Dio con l’umanità”, tema del Corso di Esercizi Spirituali da cui è tratta la maggioranza dei testi che presentiamo. Sono aspetti caratteristici che la storia della salvezza descrive con grande chiarezza e ampiezza: in essa, infatti, la storia del popolo di Israele si intreccia con Dio che sempre offre la sua alleanza, segno della sua predilezione e del suo amore. Una storia che raggiunge in Cristo la sua pienezza e continua nel tempo della Chiesa.

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1 Il Signore disse ad Abram:

“Vattene dalla tua terra,

dalla tua parentela

e dalla casa di tuo padre,

verso la terra che io ti indicherò.

2Farò di te una grande nazione

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e possa tu essere una benedizione.

3Benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò,

e in te si diranno benedette

tutte le famiglie della terra”.

4Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. 5Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan 6e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei.

7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: “Alla tua discendenza io darò questa terra”. Allora Abram costruì in quel luogo un altare al Signore che gli era apparso. 8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. 9Poi Abram levò la tenda per andare ad accamparsi nel Negheb.

(Gen 12, 1-9)

16Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sòdoma dall’alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli. 17Il Signore diceva: “Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, 18mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? 19Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso”. 20Disse allora il Signore: “Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. 21Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!”.

22Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. 23Abramo gli si avvicinò e gli disse: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? 24Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? 25Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?”. 26Rispose il Signore: “Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo”.

(Gen 18, 16-26)

 

Mi piace molto quella frase di un autore francese, il quale vede Dio che sta come in agguato della umanità e non è un concetto che lui afferma così aprioristicamente, ma lo deduce dallo studio scritturistico: Dio che è in agguato della umanità e quando la vede passare la afferra, e non della umanità in genere, ma delle singole anime. Quando viene il momento storico di Abramo, ecco il colloquio con lui: lascia la tua casa, lascia la tua terra, lascia la tua nazione, lascia i tuoi parenti e vieni con me e va’ in un’altra nazione (cfr Gen 12, 1).

 

Uno dei capitoli più belli della storia dell’umanità, dei rapporti tra Dio e l’uomo, è forse il capitolo 12 del Genesi, in cui si parla lungamente di Abramo. Il capitolo comincia così di colpo: Dixit autem Dominus ad Abram – Dio dice ad Abramo: esci dalla tua terra, dai tuoi parenti, dalla casa di tuo padre e vieni nella terra che Io ti mostrerò. Ti farò capo di una grande gente e ti benedirò e magnificherò il tuo nome e sarai benedetto e Io benedirò quelli che ti benediranno e maledirò quelli che ti malediranno e in te saranno benedette tutte le generazioni della terra.

Dio, per dimostrare ad Abramo che realmente avrà quella terra gli dice: Prendi gli animali, dividiamoli e poi passiamo in mezzo. Cumque sol occumberet - essendo ormai tardi, sopor irruit super Abram – Abramo si assopì, et horror magnus et tenebrosus invasit eum – e un senso di orrore e di oscurità lo invase, e gli fu detto da Dio: Scito (gli annuncia il domani del popolo di Israele) praenoscens quod peregrinum futurum sit semen tuum – i tuoi figli saranno pellegrini in terra non loro e saranno sotto schiavitù e verranno afflitti per 400 anni.

La visione continua, ma a noi interessa vedere questo colloquio, questo contatto continuo di Abramo con Dio, e poi il suo atto di fede, quando immola il suo unico figlio Isacco, che viene salvato da Dio in extremis. Prendi il tuo figlio, vai sul monte Moriah e immolalo. E Abramo ubbidisce.

Vediamo ora il cap. 18 del Genesi, che forse è tra le cose più belle che ci siano nella Scrittura e che dimostra con quale senso di familiarità Dio tratti con gli uomini. È l’episodio di Sodoma, la città peccatrice.

Dixitque Dominus (guardate che tratto di psicologia divina meravigliosa!) – il Signore disse: – Num celare potero Abraham quae gesturus sum? – ma posso io nascondere ad Abramo questo disegno che ho in testa e che voglio attuare? Non è possibile: lui deve diventare il capo di questa grande nazione. Dixit itaque Dominus, e allora Dio parla ad Abramo: – Clamor Sodomorum et Gomorrhae multiplicatus est – il lamento che viene dalle città di Sodoma e Gomorra è diventato enorme: Io voglio scendere a vedere di che si tratta; – Abraham vero adhuc stabat coram Domino – ma Abramo rimase accanto al Signore – et appropinquans, ait – Gli si avvicinò con un atto di confidenza e gli disse: Numquid perdes justum cum impio? – Signore, Tu vuoi condannare il giusto con il peccatore? Si fuerint quinquaginta justi in civitate, peribunt simul? – Se ci sono 50 persone giuste nella città devono essere condannate lo stesso insieme alle altre? Et non parces loco illi propter quinquaginta justos, si fuerint in eo? – E Tu non risparmierai quel luogo, per quelle 50 persone giuste che ci sono? Absit a te, ut rem hanc facias – ma che sia lontano da Te il fare una cosa simile, non sta bene che Tu uccida il giusto con l’empio: fiatque justus sicut impius, che il giusto diventi come l’empio, non sta bene: qui judicas omnem terram, nequaquam facies judicium hoc – tu che giudichi tutta la terra, non farai

certamente una simile ingiustizia! Dixitque Dominus ad eum - e il Signore gli disse: Va bene, si invenero Sodomis quinquaginta justos in medio civitatis, dimittam omni loco propter eos – se trovo 50 giusti risparmierò quel luogo – respondens Abraham, ait, – e Abramo rispondendo disse: dato che ho cominciato, parlerò ancora al mio Signore quantunque io sia polvere e cenere; che cosa avverrebbe se invece di 50 fossero cinque di meno? Delebis? Distruggerai per quarantacinque tutta la città? E Dio rispose: Non la distruggerò, se troverò 45 persone giuste. E ancora Abramo disse a Lui: Si autem quadraginta ibi inventi fuerint, quid facies? E se invece di 45 fossero 40, che cosa farai? Ait: non percutiam propter quadraginta – Non percuoterò la città per 40. Ti prego, o Signore, non ti sdegnare se io parlo ancora, ma che cosa avverrebbe se Tu ne trovassi trenta? Rispose: non lo farò se ne troverò trenta. Poiché una volta ho cominciato, parlerò al mio Signore: che cosa avverrebbe se ne trovassi 20? Rispose: non la distruggerò per venti giusti. Ti prego, disse Abramo, non ti indignare, Signore, se io ti parlo ancora una volta, e se ne trovassi soltanto dieci? E disse: non delebo propter decem – non la distruggerò per dieci persone – Abiitque Dominus, postquam cessavit loqui ad Abraham – e il Signore poi se ne andò.

Non so se noi avremmo il coraggio di fare con Nostro Signore un colloquio di questo genere! Se voi ricordate, nel campo della agiografia, c’è un fatto che assomiglia moltissimo a questo. Il Signore aveva mandato da Santa Gemma Galgani Padre Germano, dicendogli che gli avrebbe dato un segno per dimostrargli che realmente i fenomeni della santa erano soprannaturali. Santa Gemma stava parlando con Nostro Signore e c’era la stessa lotta che troviamo nel libro della Genesi: Nostro Signore che non voleva cedere il peccatore, e Santa Gemma che lo voleva assolutamente. Quando, dopo più di un’ora, la Santa vide che non riusciva a combinare nulla, dice: Se Tu non me lo dai, lo dico a tua Madre! Nostro Signore allora dovette cedere; in quel momento, racconta Padre Germano, bussarono alla porta: una persona chiedeva di confessarsi da Padre Germano che stava lì, e lui dalla confessione capì che era proprio quel peccatore per cui Santa Gemma pregava e litigava con Nostro Signore!

I colloqui divini con le anime, gli interventi divini nella storia dell’umanità!

 

7Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. 8Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Ittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. 9Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. 10Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!”. 11Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?”. 12Rispose: “Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte”.

(Es 3, 7-12)

 

10Mosè disse al Signore: “Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l’altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua”. 11Il Signore replicò: “Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? 12Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire”. 13Mosè disse: “Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!”. 14Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: “Non vi è forse tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi, sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. 15Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. 16Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio. 17Terrai in mano questo bastone: con esso tu compirai i segni”.

(Es 4, 10-17)

 

7Allora il Signore disse a Mosè: “Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. 8Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”. 9Il Signore disse inoltre a Mosè: “Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice. 10Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”.

11Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: “Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? 12Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra”? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. 13Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”. 14Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

(Es 32, 7-14)

 

Il cap. III dell’Esodo narra che Mosè stava pascendo le pecore di Jetro, suo suocero, sacerdote di Madian, quando vede del fuoco sul Monte Oreb va lì e sente una voce che gli dice: ho visto l’afflizione del mio popolo in Egitto, bisogna che tu vada – Sed veni et mittam te ad Pharaonem – vieni e ti manderò dal Faraone – ut educas populum meum, filios Israel, de Aegypto – affinché tu porti fuori dall’Egitto i miei figli, il mio popolo

d’Israele. Dixitque Moyses ad Deum – Mosè disse a Dio: Quis sum ego ut vadam ad Pharaonem, et educam filios Israel de Aegypto? – Chi sono io per andare dal Faraone e liberare il popolo? Qui dixit ei: Ego ero tecum – Io sarò con te e tu avrai questo segno. Allora Mosè disse al Signore: Ecce, ego vadam ad filios Israel – io andrò dai figli di Israele e dirò: il Dio dei Padri vostri mi ha mandato a voi. E se quelli mi domandano: e quale è il nome di questo Dio, che cosa dirò io? Dixit Deus ad Moysen – Dio disse a Mosè: Ego sum qui sum – il nome vuol dire “la potenza”.

Mosè gli disse: Obsecro, Domine – Ti prego, o Signore, non sum eloquens ab heri et nudiustertius: et ex quo locutus es ad servum tuum, impeditioris et tardioris linguae sum - veramente io non ho mai saputo parlare (per consolazione di chi non è un grande oratore!) né ieri, né prima, ma da quando poi ho parlato con Te, la mia lingua è diventata ancora più tarda e non riesco a spiccicare una parola! Dixit Dominus ad eum (vedete la pazienza di Nostro Signore con questo benedetto uomo di Mosè!): Quis fecit os hominis? Aut quis fabricatus est mutum et surdum, videntem et caecum? Nonne Ego? Chi è che ha fatto la bocca dell’uomo, chi è che ha fatto il muto, il sordo, colui che vede e colui che è cieco? Io. Perge igitur – cammina dunque – et Ego ero in ore tuo: doceboque te quid loquaris – cammina dunque, e Io sarò nella tua bocca e ti dirò quello che bisogna dire. At ille, ma Mosè: – Obsecro, inquit, Domine, mitte quem missurus es. Ti prego, o Signore, manda qualche altro che tu crederai meglio! Iratus Dominus in Moysen, ait – ma il Signore si adirò e disse: Aaron frater tuus levites, scio quod eloquens sit – tuo fratello Aronne so che sa parlare, va bene. Ecce ipse egreditur in occursum tuum, vidensque te laetabitur corde – quando ti vedrà sarà lieto. Loquere ad eum, et pone verba mea in ore ejus: et Ego ero in ore tuo, et in ore illius, et ostendam vobis quid agere debeatis - tu dirai quello che ti ho detto e Io vi accompagnerò l’uno e l’altro e andate. Abiit Moyses, et reversus est ad Jethro socerum suum, dixitque ei: vadam, et revertar ad fratres meos in Aegyptum.

Così Mosè dovette accettare questa divina missione. Non per niente Dio parlando con lui aveva detto che il popolo di Israele era di dura cervice, perché anche lui non scherzava!

Ci sono poi tutti gli altri colloqui, bellissimi, ma forse il più commovente è quello che si legge al capitolo 32 dell’Esodo. Il popolo, come al solito, ne ha combinata una delle sue. Rursumque ait Dominus ad Moysen - Dio parlò a Mosè. Cerno quod populus iste durae cervicis sit – vedo che questo popolo è di dura cervice. Dimitte me ut irascatur furor meus contra eos – lascia che il mio furore possa adirarsi contro di loro e Io li distrugga! Faciamque te in gentem magnam – e te invece costituirò al di sopra di una grande Nazione.Moyses autem orabat Dominum. Cur, Domine, irascitur furor tuus contra populum tuum? – perché o Signore, Tu ti adiri contro il tuo popolo, che hai condotto fuori dall’Egitto con forza grande e con mano robusta? Ne, quaeso, dicant Aegyptii – è anche convenienza tua, altrimenti poi quelli dell’Egitto diranno: Callide, eduxit eos – con furbizia lì cavò fuori d’Egitto – ut interficeret in montibus, et deleret a terra – per poterli distruggere sulle montagne e toglierli così via dalla terra. Quiescat ira tua, et esto placabilis super nequitiam populi tui - si calmi la tua ira e lasciati placare per la cattiveria del tuo popolo. Recordare Abraham, Isaac et Israel, servorum tuorum – ricordati di Abramo, d’Isacco e di Israele, servi tuoi ai quali giurasti per Te stesso dicendo: Io moltiplicherò i tuoi figli come le stelle del cielo e tutta questa terra della quale ho parlato la darò ai vostri figli e voi la possederete per sempre. Placatusque est Dominus ne faceret malum quod locutus fuerat adversus populum suum – e Dio si placò e non fece contro il suo popolo il male che aveva detto.

E ancora nel medesimo capitolo: facto autem altero die, locutus est Moyses ad populum - il popolo ha peccato e Mosè gli dice: Peccastis peccatum maximum – avete commesso il più grande peccato. Ascendam ad Dominum - io salirò al Signore si quo modo quivero eum deprecari pro scelere vestro – se riuscirò a supplicare per i vostri peccati reversusque ad Dominum, ait – e tornato dal Signore disse: Obsecro – ti prego peccavit populus iste peccatum maximum - hanno commesso il più grande dei peccati e si sono formati degli dei di oro. Aut dimitte eis hanc noxam, aut si non facis, dele me de libro tuo quem scripsisti. Uno dei dilemmi più tragici e più belli della storia: o Tu li perdoni o mi cancelli dal libro della vita, mi uccidi. Cui respondit Dominus: Qui peccaverit mihi, delebo eum de libro meo. Tu autem vade, et duc populum istum quo locutus sum tibi; angelus meus precedet te. Ego autem in die ultionis visitabo et hoc peccatum eorum (Es 32, 30)[1].

Il Signore perdona, ma relativamente: chi ha commesso il peccato sarà colpito, gli altri saranno perdonati. Adesso, a parte il risultato di questo dilemma di Mosè, vedete che cosa meravigliosa questo dialogo, questa impetrazione, la confidenza, la soprannaturalità di questi uomini con Dio!

Ma se noi crediamo nell’Antico Testamento, nella realtà della Rivelazione, dobbiamo dire che questo inserirsi di Dio nella storia dell’umanità, questa degnazione e bontà del Signore, il quale scende a parlare così a tu per tu con la creatura umana, e le permette addirittura di discutere con Lui, l’Onnipotente, è qualcosa di meraviglioso, di trascendente!

Sono due esempi classici quelli di Abramo e di Mosè: attraverso questi uomini eccezionali la Provvidenza di Dio ha condotto la storia del popolo di Israele allora, come conduce quella dell’umanità sempre. Dio non ci ha creati e poi lasciati così da una parte, abbandonati: Egli sta a contatto continuamente con le sue creature e usa loro sfumature e delicatezze che hanno del sorprendente e dimostrano il suo amore infinito, giacché è solo l’amore che può spiegare queste cose che umanamente sono inconcepibili.

 

5Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. 6Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.

8Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. 9Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.

(Gv 14, 5-12)

 

1 Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, 2ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.

(Eb 1, 1-2)

(Gv 1, 1-14)

 

Il fatto stesso che il Verbo di Dio si sia incarnato è un parlare da parte di Dio alle creature, ma c’è poi anche tutta la rivelazione di Gesù. Molte cose potremmo dire su questo argomento, ma fermiamoci solo ad alcuni punti essenziali.

Gesù ci rivela il Padre. Notate che gli apostoli non conoscevano la Trinità: essa è conosciuta solo nel Nuovo Testamento, dopo Gesù; è Lui che ci ha rivelato la vita intima di Dio. Solo dopo la sua rivelazione, a posteriori quindi, attraverso lo studio critico, possiamo trovare espressioni che accennano a questo mistero nell’Antico Testamento.

A forza di sentire Gesù parlare del Padre, gli apostoli si erano un po’ incuriositi, finché – si era ormai all’ultimo discorso – Filippo lo dice espressamente: Domine, ostende nobis Patrem, et sufficit nobis – facci vedere una volta soltanto questo Padre e noi saremo contenti! E allora Gesù gli risponde con quelle celebri parole: Philippe, tanto tempore vobiscum sum, et non cognovistis me? - ma come, è tanto tempo che Io sono con voi e ancora non mi avete conosciuto? Philippe, qui videt me, videt et Patrem meum – chi vede me, vede il Padre mio (cfr Gv 14, 9 ss).

Egli l’aveva già detto: Ego et Pater unum sumus – Io e il Padre siamo una sola cosa. E, sempre nell’ultimo discorso, parlando della verità: “Come Tu e Io siamo una sola cosa, così anche questi miei discepoli siano una sola cosa nella carità, nell’amore”.

Gesù, dunque, rivela il Padre attraverso la sua incarnazione e la sua natura umana, perché ci rivela qualche cosa dell’amore di Dio: Sic Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret. Se non avessimo avuto Gesù in mezzo a noi, non avremmo potuto pensare che il Padre ci ama in tale modo. Il colloquio di Dio con l’umanità consiste fra l’altro in questo, nel manifestare, attraverso l’incarnazione del Verbo, l’infinità dell’amore divino.

Gesù rivela il Padre attraverso la sua realtà umana. Egli ha detto infatti a Filippo: Filippo, chi vede me vede il Padre mio, dunque ogni volta che noi vediamo Lui, vediamo il Padre; Gesù parla in mezzo a noi, vive con noi, si è fatto in tutto simile a noi; ogni volta che Lo vediamo in un capitolo del Vangelo, dobbiamo dire: “Questo è il Padre”.

Egli ci rivela il Padre in ogni sua minima azione: è l’espressione umana di Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vogliono, decretano che il Verbo assuma la forma umana, per esprimere determinate cose in modo particolare. Che cosa doveva Egli esprimere in un modo particolare? L’amore.

La carità di Gesù ci rivela la carità del Padre, e dico del Padre perché San Giovanni ci parla proprio di Lui, non di Dio, perché altrimenti sarebbe la medesima cosa; Gesù è l’espressione del Padre, perché il Verbo procede dal Padre e Gesù è il Verbo Incarnato. Le virtù, dunque, che io trovo in Lui le trovo nel Padre.

Noi quindi parliamo della carità del Padre, della sua dolcezza, della sua pazienza, della sua longanimità. Pensate, per esempio, alla parabola del Figliol Prodigo: che cosa è se non l’espressione dell’amore del Padre? Perché lì si parla di un padre, che è, sì, Dio, ma poiché è Gesù, che è Dio, che ce ne parla, io devo pensare che si riferisca alla prima Persona della Santissima Trinità (non che questo, naturalmente, escluda le altre due persone).

La generosità di Gesù, l’amore delle anime che ha Gesù, sono espressione di quello che ha il Padre. È vero che alcune virtù sono esclusivamente di Gesù e non possiamo trovarle nel Padre – per esempio l’umiltà, la povertà, lo spirito di immolazione (come si fa a immaginare il Padre che ama la povertà nella sua infinita ricchezza?) – però eminenter, in qualche modo che io non so comprendere, tutto ciò che trovo in Gesù, con la applicazione analogica di quella triplice astrazione-purificazione-sublimazione della quale vi parlavo il primo giorno, devo affermarlo anche nel Padre.

Gesù dunque ci rivela il vero volto del Padre e ogni sua azione è in rapporto diretto con una azione o con una volontà del Padre; non può esserci in lui una azione, anche minima, che non abbia un rapporto essenziale col Padre: Quae placita sunt Ei ego facio semper – Meus cibus est ut faciam voluntatem Patris mei (cfr Gv 4, 34).

C’è, fra il Verbo Incarnato e il Padre, un congiungimento essenziale per la natura e per l’intima unione di preghiera e di amore che esiste fra loro. Pensate a Gesù che nasce, che fonda la Chiesa, che istituisce l’Eucaristia, che muore, che risorge, che ascende al cielo, che manda lo Spirito Santo: ciascuna di queste azioni ha un rapporto con la Volontà del Padre e allora ha ragione San Giovanni il quale dice: Videte qualem charitatem dedit nobis Pater!

Dopo queste osservazioni possiamo meglio gustare la profondità e la dolcezza di questa parola, padre, che è presa dal linguaggio umano, ma ha un valore immensamente superiore.

 

Quando noi infatti andiamo a fare una analisi un po’ più approfondita di quella che è la realtà della paternità umana e divina, troviamo un abisso, naturalmente in favore della paternità divina. Quella umana può dare una parte dell’essere e non la parte più importante e solo in linea strumentale, mentre la parte vitale, l’anima, vive per creazione diretta di Dio. Il nostro essere fisico, in quanto essere viene da Dio, strumentalmente attraverso i genitori, e tutta la conservazione dell’essere è pure opera di Dio: i nostri genitori possono metterci al mondo, poi basta, possono circondarci di cure, ma estrinsecamente, non intrinsecamente. Noi invece dipendiamo dal Padre intrinsecamente, momento per momento, istante per istante, quindi c’è una continuità di paternità di Dio nei nostri confronti.

1 I testi biblici citati nel testo del Servo di Dio sono tratti da: Biblia Sacra, iuxta vulgatam Clementinam, Desclée et Soci, Edit. Pont. 1927

a cura di Cristina Parasiliti - Oblata Apostolica, Associata del Movimento Pro Sanctitate

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